A tu per tu con le Top HR Women: Monica Possa

I direttori del personale si raccontano a Hr-Link. La protagonista è Monica Possa, Group Chief HR & Organization Officer di Generali

Monica-Possa

Sono molte le donne che occupano funzioni di vertice nelle risorse umane. Sono le Top Hr Women, alle quali abbiamo dedicato una classifica nel mese di ottobre. Alcune di loro hanno accettato di raccontare la loro carriera e di dare qualche consiglio ai giovani aspiranti Hr manager.  A guidare la nostra classifica c’è Monica Possa, Group Chief HR & Organization Officer di Assicurazioni Generali che annovera oltre 70.000 dipendenti nel mondo. Possa vanta esperienze in Boston Consulting, Omnitel/Vodafone e RCS.

Come è iniziata la sua carriera? Nel momento del suo primo colloquio, aveva già ben chiara in mente la strada che l’ha portata dove è oggi?

In realtà no. Sono laureata in Economia, con indirizzo matematico e internazionale. Quando sono uscita dall’Università ero pronta per una carriera da economista e infatti ho insegnato economia, come assistente universitaria, per un anno e mezzo. Poi una folgorazione: ho capito che quella accademica non sarebbe stata la mia strada. Non avevo ancora ben chiara la direzione, ma ero convinta di una cosa: volevo avere un impatto pratico in quello che facevo, ed è questa l’idea che mi ha guidata in tutto il mio percorso professionale. Dopo l’università sono passata a lavorare in una società nella consulenza strategica internazionale, per circa 9 anni. L’idea dell’Hr arriva dopo: lavorando a progetti di consulenza aziendale, mi resi conto che il vero vantaggio competitivo e sostenibile dell’impresa sono le persone. Ne ero talmente tanto convinta che decisi, tra l’incredulità di tanti miei colleghi, di lasciare la consulenza per andare a gestire le risorse umane nell’impresa. Ne sono ancora profondamente convinta. Negli anni ho avuto opportunità interessanti di carriera in altri settori, le ho declinate proprio per la  convinzione sull’importanza delle persone.

Quale porta avrebbe voluto aprire?

Mi ritengo una persona fortunata. Da ogni esperienza professionale avuta ho imparato cose che mi sono portata in Generali, la sfida professionale più complessa che abbia affrontato. Anni fa, quando lavoravo in Rcs, ho avuto l’opportunità di poter lavorare all’estero, come Group Hr di una grande multinazionale: come accade spesso alle donne, feci prevalere l’interesse per la famiglia, per la quale il trasferimento sarebbe stato complicato. Mi è dispiaciuto non aprire quella porta e sono stata molto contenta di poter accettare, qualche anno dopo, quella stessa sfida di trasformazione in una multinazionale come Generali, con il qualcosa in più di poterlo fare per un’azienda italiana.

Anche se le HR rappresentano un’eccezione, in Italia il numero di donne in posizioni apicali d’impresa è ancora molto basso. Il fatto di essere donna l’ha ostacolata nel suo percorso?

Ho avuto la fortuna di iniziare la carriera in ambienti professionali internazionali, molto meritocratici. È stato quello il mio imprinting, che mi sono portata in Omnitel/Vodafone e in tutto il mio percorso di carriera. Ho lavorato sempre con persone che mi hanno messa in condizione di essere me stessa per poter fare carriera, non ho mai avuto la necessità di essere “uoma”. Tutto questo mi ha dato la sicurezza necessaria a stare in quei tavoli – tanti – in cui ero l’unica donna o a gestire le ordinarie difficoltà che molte donne si trovano a vivere sul lavoro. Ed è quello che cerco di fare per le donne delle aziende nelle quali ho lavorato, cercando di essere mentor e riferimento per le ragazze che vogliono crescere professionalmente senza rinunciare ad avere una vita privata ricca e appagante, che è importante per essere manager migliori. In Generali abbiamo diversi progetti di mentorship rivolti alle nostre donne di potenziale, le “leonesse”, che coinvolgono l’intero top management.

Qual è la dote più importante di un Hr manager?

Il compito di un HR, in un contesto VUCA (volatile, incerto, complesso e ambiguo), è quello di favorire la trasformazione delle organizzazioni. Insieme al Ceo, è la funzione principale abilitante della trasformazione. Sono due i requisiti necessari e imprescindibili per essere un buon HR: essere una persona con valori etici forti e radicati e avere una grande passione per le persone. Poi un buon HR è quello che conosce il business d’impresa, in grado di andare oltre le technicalities della propria attività. Come ultimo elemento, aggiungo che la preparazione analitica e quantitativa è molto più importante che nel passato. L’HR del futuro sarà data driven.

Conta più la formazione o l’esperienza sul campo?

In questo contesto, conta più di tutto la motivazione ad intraprendere il percorso di trasformazione. Mentre in passato avrei detto che era l’esperienza a fare la differenza, oggi che stiamo entrando in un mondo nuovo, non si può sottovalutare l’importanza della formazione. La persona di successo è qualcuno che ha voglia di mettersi in gioco tutti i giorni, di capire il business e di imparare continuamente. La differenza la fa la curiosità della persona. Se il ruolo dell’HR è quello di trasformare, l’HR di successo deve essere una grande trasformatore che prima di tutto è disponibile a trasformare se stesso.

Qual è oggi la sfida professionale più grande per chi si occupa di Hr, nel suo settore?

La mia sfida principale in Generali è quella di supportare la trasformazione digitale del gruppo, coinvolgendo tutte le persone, attraverso il progetto della Generali Group Academy, e non solo i top manager: abbiamo un programma di formazione per 35.000 persone. Direi che quella della trasformazione è la sfida comune a tutti gli HR, per questo le risorse umane sono sempre più strategiche all’interno delle aziende. È il nostro momento!

Quale consiglio darebbe a un giovane che volesse intraprendere questa carriera?

Credo molto nelle motivazioni e nella vocazione delle persone. La prima cosa che direi ad un giovane è di fare HR solo se si ha dentro una passione vera per le persone e si hanno valori etici profondi, altrimenti non si riesce a fare bene questo lavoro meraviglioso e faticoso. Se non ci sono queste basi, meglio fare altro. Il secondo consiglio è quello di fare esperienze di business, non solo percorsi di carriera tutti interni alle risorse umane. La fertilizzazione tra HR e business è un grande valore aggiunto per fare carriera e non è un caso che molte delle persone presenti nella vostra classifica abbiano proprio questo percorso professionale.

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