A tu per tu con le Top HR Women: Vanessa Catania

I direttori del personale si raccontano a HR Link. La protagonista è Vanessa Catania, HRD di Metro.

vanessa catania

Capita sempre più spesso, nelle HR, di trovare una donna ai massimi vertici della funzione. Sono le Top HR Women. Alcune di queste professioniste hanno accettato di mettersi a confronto con noi, per raccontarci i passi salienti della propria carriera e darci una chiave di lettura di cosa significa oggi occuparsi di risorse umane, soprattutto dal punto di vista femminile. È la volta di Vanessa Catania, HRD di Metro.

Come è iniziata la sua carriera? Nel momento del suo primo colloquio, aveva già ben chiara in mente la strada che l’ha portata dove è oggi?

«Io sono laureata in Giurisprudenza, ero convinta di fare l’avvocato, ma il mio percorso nelle Risorse umane è iniziato con una sliding door. Mentre studiavo, ero assistente dell’amministratore delegato in Leroy Merlin e ho cominciato a lavorare insieme alla direttrice Risorse umane. Una persona talmente straordinaria sotto il profilo delle competenze, del pensiero strategico, dell’attenzione alle relazioni, che mi ha fatto davvero innamorare di questo mondo. Credo di doverle molto, perché non mi sono mai pentita di questa scelta, anzi mi sono appassionata sempre di più al ruolo di responsabilità e alla direzione HR».

Quale porta avrebbe voluto aprire? Quale è pentita di aver aperto?

«Ci sono state porte più facili da aprire e altre più difficili. Però devo dire che ho sempre trovato i giusti stimoli dalle prospettive aperte da queste porte. Rifarei tutto, per fortuna non mi sono mai pentita. Anche se qualche volta lasciare un’azienda per sceglierne un’altra non è stato affatto facile, perché ho avuto la fortuna di lavorare in aziende sfidanti, all’avanguardia, in cui stavo bene, ero apprezzata e dove mi piaceva anche stare».

Nonostante i passi compiuti in ottica di diversity, in Italia il numero di donne in posizioni apicali d’impresa è ancora basso. Il fatto di essere donna l’ha ostacolata nel suo percorso? Le cose stanno cambiando abbastanza velocemente rispetto a qualche anno fa, o la strada da compiere è ancora lunga?

«No, non mi sono mai sentita ostacolata. Mi sono sempre confrontata con un management prevalentemente maschile ma con una cultura improntata al rispetto e all’ascolto. Noi in Metro ci stiamo davvero impegnando molto a diffondere valori, principi, comportamenti che vadano nell’ottica della collaborazione e dell’inclusione. Devo dirle che vedo che le persone, tutte, stanno rispondendo molto bene. Quando dico tutti intendo i più giovani e i meno giovani. Poi il contesto italiano sicuramente è molto indietro rispetto ad altre realtà, non ci sono i sussidi e i supporti necessari, soprattutto se penso al dopo maternità. La pandemia in questo non ha aiutato. La donna è ancora vista nel ruolo di pilastro della famiglia, nella gestione dei bambini come in quella dei genitori anziani. É davvero evidente quanto ci siano dei passi importanti ancora da fare».

Qual è la dote più importante di un HR manager? E il peggior nemico?

«Posso citare tre doti: la prima è la passione per le persone. Spesso bisogna avere a che fare anche con le critiche e non è facile se non c’è passione per le persone. La seconda è sapersi mettere nei panni degli altri, è fondamentale l’ascolto, il voler entrare in empatia autentica con le persone, anche quelle diverse da te. La terza può sembrare scontata ma è il buonsenso. Questi sono i miei ingredienti irrinunciabili. Chi mi conosce bene direbbe anche il coraggio, non tirarsi indietro e metterci la faccia. Il peggior nemico invece penso sia il non avere la cultura del nobile errore: le direzioni Risorse umane normative possono essere nemiche di se stesse e dell’organizzazione. Dobbiamo insegnare alle nostre persone che un errore compiuto nella direzione giusta non è un errore e quindi metterle nelle condizioni di poter assumere un rischio, osare, sperimentare e far funzionare davvero i migliori cervelli in azienda».

Conta più la formazione o l’esperienza sul campo?

«Per me hanno contato entrambi: molto l’esperienza sul campo, perché gli apprendimenti più importanti li ho fatti provando e riprovando. Però il mio mantra è sempre stato – e continua a essere – quello di continuare nell’apprendimento, mantenersi aggiornati. Mi è sempre piaciuto studiare, stare sui libri tante ore, e questo continua a far parte del mio percorso: imparare e sperimentare. Direi che formazione ed esperienza vanno a braccetto».

Qual è oggi la sfida professionale più grande per chi si occupa di HR, a suo parere?

«Stare accanto al business e preparare le nostre persone in un mondo davvero in continua evoluzione e innovazione. Se penso a Metro, un punto prioritario nella nostra agenda è la trasformazione digitale, che vuol dire far evolvere la nostra relazione con i clienti, con persone che devono essere capaci di dialogare anche con nuove esperienze e quindi con nuove capabilities».

Quale consiglio darebbe a un giovane che voglia intraprendere questa carriera?

«La prima cosa è domandarsi davvero se si ha la passione per le persone. Torno su quest’argomento perché la curiosità di conoscerle, la capacità di prendersene cura credo sia fondamentale. Se la risposta è “sì”, allora bisogna anche essere empatici, comprensivi, pazienti e un po’ estroversi, che non guasta. Essere un tecnico va bene, perché anche in questa funzione bisogna apprendere leggi, processi, avere competenze a 360 gradi, ma queste valgono ben poco se non sappiamo stare in relazione con le persone e batterci per loro».

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