Lingue al lavoro, l’ansia che blocca un dipendente su quattro

Quante idee restano inespresse durante una riunione o una trattativa perché manca la sicurezza di parlare in un’altra lingua? Una ricerca di Busuu mostra come l’ansia linguistica frena le persone e ha ricadute sull’azienda in termini molto concreti. La formazione efficace è quella sulla pratica quotidiana, in cui la lingua si allena sul campo, insieme alle competenze professionali

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Lavorare in ambienti sempre più interconnessi e multiculturali porta spesso con sé una sfida quotidiana, che difficilmente compare nei piani organizzativi: la fluidità con cui i team riescono a collaborare e a prendere decisioni in una seconda lingua. L’esperienza suggerisce che tra il superamento di un test di livello e la gestione di un confronto reale possa esserci una distanza significativa che i corsi standard fanno fatica a colmare. Quando un professionista preferisce non esporsi in una riunione o si trova a delegare una conversazione a un collega, la scelta può dipendere da una temporanea mancanza di sicurezza. Eppure, nel tempo, queste piccole esitazioni rischiano di incidere sulla qualità delle idee condivise e sulla produttività complessiva del gruppo.

Viene da chiedersi, allora, dove si situa esattamente questo divario e quanto costi, in termini concreti, la difficoltà di esprimersi in una seconda lingua sotto pressione.

Il costo silenzioso dell’ansia linguistica

La ricerca The Silent Cost of Language Anxiety at Work fotografa una realtà con cui molte aziende fanno i conti ogni giorno. L’ha condotta, su oltre mille lavoratori in 64 Paesi, Busuu, piattaforma per l’apprendimento delle lingue, parte della società statunitense di EdTech Chegg, che conta oltre 120 milioni di utenti registrati nel mondo, quasi un milione in Italia. Secondo i dati, in  Italia, ben il 61% degli intervistati ammette di semplificare i propri concetti quando parla una seconda lingua al lavoro. Significa che l’azienda sta letteralmente perdendo sfumature e idee preziose: un lavoratore su quattro sceglie di fare un passo indietro e restare in silenzio anche se avrebbe qualcosa di importante da dire, e un altro 25% delega direttamente la conversazione a un collega.

Questi blocchi non capitano nel vuoto, ma nei momenti chiave della routine aziendale. Se i dati quantitativi mostrano che le riunioni restano la fonte di ansia più comune, sono le risposte aperte a mostrare la realtà sul campo: i professionisti italiani hanno descritto la difficoltà quotidiana nello spiegare questioni tecniche ai colleghi internazionali e la mancanza di sicurezza nel gestire i rapporti diretti con clienti, senior leader e fornitori. Per i dipendenti si tratta di un disagio personale complesso, mentre per le organizzazioni il fenomeno si trasforma in un freno economico tangibile: i manager aziendali stimano che i problemi di comunicazione causino un calo della produttività del 15%, per il 38% questo si traduce in costi più alti, e quasi uno su cinque ammette di aver perso contratti importanti proprio per questo motivo.

Come spiega Karine Allouche, General Manager di Busuu: «Questa ricerca conferma ciò che sentiamo dai datori di lavoro. Hanno investito molto nell’apprendimento linguistico, ma ciò di cui hanno realmente bisogno sono persone capaci di lavorare efficacemente in un’altra lingua quando la posta in gioco è alta».

Il paradosso dei copioni e la paura dell’imprevisto

Il report riporta anche che il 90% dei lavoratori prova a prepararsi prima di un appuntamento importante. Quasi la metà (il 45%) scrive una sorta di copione da imparare a memoria, molti provano i discorsi davanti allo specchio, ma la vera fonte di ansia restano le conversazioni improvvisate, tanto che capita spesso che ci si rifugi nelle email, dando vita a comunicazioni più complicate e dalle tempistiche prolungate.

L’ironia di questa fuga verso i canali scritti emerge anche dai dati di ETS, tra i più grandi enti mondiale di certificazione linguistica, noto per i test TOEFL e TOEIC: l’81% delle aziende dichiara che proprio l‘integrazione degli strumenti di intelligenza artificiale sta aumentando il bisogno di una reale fluidità linguistica. Per i datori di lavoro – il 92% dei quali considera questa competenza più importante oggi rispetto a cinque anni fa – il valore non sta più nella stesura di un testo, ma nella gestione della relazione umana.

«Quando le macchine gestiranno le attività più ripetitive», aggiunge Karine Allouche, «le aziende avranno bisogno di persone capaci di fare quello che l’AI non può fare: leggere le sfumature di una stanza, negoziare un accordo delicato e stringere relazioni umane con i clienti».

La risposta di Busuu: una palestra per le situazioni reali

Se questo è lo scenario, chi gestisce la formazione in azienda deve iniziare a cambiare i propri parametri di valutazione. Arrivare alla fine di un modulo o esibire una certificazione sulla carta non basta più a garantire che una persona sappia lavorare davvero in quella lingua.

A questo proposito, Busuu si prepara a lanciare sul mercato italiano una nuova piattaforma per la formazione linguistica in azienda, con un focus sulle performance. Le aziende interessate potranno aderire alla fase pilota.

La soluzione è pensata per avvicinare l’apprendimento linguistico alle situazioni che manager e dipendenti affrontano sul lavoro, con l’obiettivo di aiutarli a comunicare con maggiore sicurezza anche sotto pressione.

Il percorso combina apprendimento personalizzato, intelligenza artificiale e tutoring umano. La piattaforma individua le conoscenze già acquisite e le aree in cui l’utente incontra maggiori difficoltà, per poi proporre esercitazioni su situazioni professionali concrete: presentazioni, incontri con i clienti e negoziazioni. Per esercitarsi è disponibile un interlocutore basato sull’AI, accessibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, affiancato da sessioni di tutoring dal vivo e attività di pratica tra pari. 

L’elemento distintivo risiede nell’integrazione nativa tra l’apprendimento linguistico e lo sviluppo delle competenze trasversali. All’interno della piattaforma, i corsi di lingua e la libreria dedicata alle soft skills manageriali – come la gestione dei tavoli negoziali, le presentazioni esecutive e la conduzione di riunioni complesse – convergono in un unico percorso didattico. Le capacità relazionali e di business non vengono più trattate come moduli separati, ma vengono apprese ed esercitate direttamente nella lingua in cui dovranno essere utilizzate sul campo.

Il caso L’Oréal: la lingua come scelta strategica

Che questa non sia solo teoria lo dimostra l’esperienza di chi gestisce team grandi e complessi. In un colosso come L’Oréal, ad esempio, hanno scelto di muoversi proprio in questa direzione con Busuu, trattando la capacità di parlare una lingua non come un titolo da aggiungere sulla carta, ma come una parte fondamentale del lavoro di ogni giorno.

François Debois, Global Director for Learning Excellence and Innovation di L’Oréal, spiega la scelta partendo da un punto molto pratico: «La cosa più interessante è l’attenzione alle situazioni di business reali. Collegando la formazione alle sfide che le nostre persone affrontano ogni giorno, aumentiamo sia il loro coinvolgimento sia l’impatto reale sui risultati della nostra azienda».

 

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