Generazione boomerang, quelli del ritorno consapevole

Un volume curato dal giornalista Vito Verrastro, con le storie di persone che dopo esperienze di successo all’estero hanno scelto di tornare in Italia e rimettersi in gioco. Anche le aziende possono fare molto per agevolare i rientri: il caso eccellente dell’IIT di Genova

generazione boomerang

Generazione Boomerang è davvero il libro che mancava”, ha scritto il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, nella prefazione al volume di Vito Verrastro, giornalista, esperto di tematiche del lavoro, fondatore di lavoradio. Generazione Boomerang (già disponibile negli store digitali e in libreria dall’11 ottobre, giorno della presentazione pubblica a Potenza), uscito per i tipi di Rubbettino, però, non è solo un libro: è un progetto crossmediale con sito, social network, blog con le migliori storie di rientri e un premio (Boomerang award) ai migliori ritornati e alle imprese che hanno attuato le migliori strategie per favorire i ritorni consapevoli. Nel volume anche una serie di interventi autorevoli di alcuni esperti sul tema del ritorno.

Verrastro, come inizia il tutto?

«Mi occupo del tema da tempo, ma questo progetto nasce da una serie di incontri casuali con persone che “consapevolmente”, e sottolineo consapevolmente, hanno deciso di rientrare. Ho incrociato alcuni di loro in tempi ravvicinati ed è scoccata la scintilla, perchè nei loro occhi ho visto qualcosa di diverso: la voglia di confrontarsi con i limiti che abbiamo in Italia, guardandoli non come muri invalicabili ma come vuoti da riempire. Ha giocato anche una mia naturale predisposizione a non accodarmi alle narrazioni mainstream, quella dei “cervelli in fuga” o di quelli che rientrano da “vinti” (il 30% circa di quelli che partono). In questo caso stiamo parlando d’altro: di gente che torna dopo essere cresciuta professionalmente, con la prospettiva anche di dover rinunciare a guadagni importanti o progressi di carriera».

Cosa hanno in comune questi talenti di ritorno?

«Nel libro racconto 19 storie, molto diverse per profili professionali e contesti territoriali. In comune hanno la consapevolezza e la voglia di mettersi in gioco e ricominciare, uscendo dalla comfort zone. Hanno in comune anche alcuni motivi specifici che li spingono a tornare: l’età che passa, la necessità di programmarsi un futuro più sostenibile dal punto di vista umano, l’esigenza di avere una famiglia. Di solito dopo i 30 anni cominciano ad avere anche altre priorità di vita».

E le difficoltà che incontrano una volta tornati in Italia?

«La principale è l’over education: si sentono spesso dire di essere troppo qualificati per il lavoro da svolgere. Alcuni di loro, dopo anni di esperienza, hanno dovuto reinventarsi come startupper per superare la barriera della over education. Poi c’è il rapporto ordinario con la burocrazia, la mancanza di risposte alle mail, le giravolte per una fornitura elettrica».

Nel libro si coglie questo suo non volersi accodare alla narrazione del “povero cervello in fuga costretto ad emigrare”…

«Si, il punto vero non sono solo i cervelli in fuga: andare all’estero è spesso occasione di crescita umana e professionale. Il nodo è la mancanza di scambio tra chi va e chi viene, il non valorizzare sufficientemente i progetti di rientro».

Le imprese cosa possono fare in questa direzione?

«Possono fare molto. Le parole chiave sono: meritocrazia, regole certe e welfare. Sono le condizioni per l’attrattività. Nel libro raccontiamo il caso dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, un esempio e un modello per attrarre talenti nel nostro Paese».

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