Intelligenza artificiale: quali le categorie di lavoratori a rischio

Secondo il World Economic Forum di qui al 2025 le macchine svolgeranno più mansioni rispetto a quelle affidate agli uomini. Il pericolo di essere sostituiti dai robot riguarda soprattutto le figure meno qualificate. Ma ci sono ruoli che non spariranno mai

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Notizia recente: dopo Coca Cola e L’Oreal anche Ikea ha annunciato che utilizzerà il robot russo Vera – capace di intervistare 1.500 possibili candidati in un giorno – per assumere nuovi dipendenti. In provincia di Reggio Emilia, invece, un altro supercolosso come Procter&Gamble sta testando nel suo stabilimento soluzioni di robotica 4.0, come il primo robot collaborativo.

Prime avvisaglie di una “catastrofe” annunciata, in cui l’intelligenza artificiale sostituirà gran parte della forza lavoro? Nonostante le stime allarmistiche – secondo il World Economic Forum di qui al 2025 le macchine svolgeranno più mansioni rispetto a quelle affidate agli uomini, che ora sono al 71% – lo scenario attuale lascia spazio a previsioni più ottimistiche, e molti indicatori lasciano presagire che le aziende sfrutteranno la rivoluzione 4.0 per combinare al meglio intelligenza umana e artificiale.

Nel primo rapporto curato da Doxa per l’Associazione italiana per la direzione del personale “Robot, intelligenza artificiale e lavoro in Italia”, si legge, per esempio, che il 61% delle aziende italiane è pronto ad introdurre sistemi di intelligenza artificiale, ma per l’89% i robot non potranno mai sostituire del tutto il lavoro delle persone, e avranno anzi hanno un impatto positivo (su questo tema anche la nostra intervista al professor Umberto Frigelli, coordinatore del Centro Ricerche di AIDP). Secondo la maggior parte delle imprese, inoltre, l’utilizzo della tecnologia rende il lavoro delle persone meno faticoso e più sicuro (93%), accresce efficienza e produttività (90%).

Nonostante i vantaggi, il rischio di perdere posti di lavoro è concreto, e riguarda soprattutto le competenze manuali e chi è “meno scolarizzato e qualificato”, recita il report. Un dato confermato da diverse ricerche. Secondo le stime della Banca Mondiale, le mansioni meno qualificate saranno quelle più penalizzate,  soprattutto nel settore automobilistico, meccanico, elettrico, elettronico e metallurgico.

A essere tagliati fuori, inoltre, sono anche tutti coloro che indipendentemente dal proprio profilo non riescono a stare al passo con le nuove tecnologie. Stando ai dati divulgati da Unioncamere, solo in Italia, nel 2017, il 34,2% delle oltre 4 milioni di ricerche di personale si è rivolta a profili professionali con competenze tecnologiche o digitali.

D’altra parte, ci sono mansioni che non spariranno mai, come ha fatto notare di recente in un articolo pubblicato sul suo profilo Linkedin l’ex presidente di Google China Kai-Fu Lee, esperto di intelligenza artificiale. Oltre a stilare l’elenco delle dieci professioni che non potranno essere rimpiazzate (dallo scrittore di fiction allo psichiatra, dall’informatico all’avvocato penalista), il supermanager ha sottolineato che ci sono cose che nessuna macchina è in grado di fare e che richiederanno sempre il supporto umano. Come concettualizzare o gestire una pianificazione strategica complessa, ma anche compiere lavori che richiedono una precisa coordinazione occhio-mano. L’intelligenza artificiale, inoltre,  non può, a differenza degli umani, sentire o interagire con empatia e compassione. “È improbabile che gli esseri umani optino per l’interazione con un robot apatico per i servizi di comunicazione tradizionali”, avverte Lee. E lo ha scritto uno che di tecnologia se ne intende.

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