Robot, se li conosci non li eviti: migliorano business e condizioni di lavoro

I dati del primo rapporto su robot e intelligenza artificiale in Italia, voluto da Aidp-Lablaw e curato da Doxa: c’è un atteggiamento favorevole verso la nuova automazione, soprattutto tra imprenditori, manager e dipendenti di imprese che hanno già adottato sistemi di produzione innovativi

i robot non fanno paura ai lavoratori

Secondo quanto emerso all’ultimo World Economic Forum, entro il 2025 le macchine svolgeranno più compiti delle persone. Ci sono diversi studi sull’impatto dei robot e dell’intelligenza artificiale sul lavoro e sul sistema produttivo. Fare previsioni a lungo termine è difficile, fare luce su quello che sta già succedendo nelle imprese è possibile. È questo l’obiettivo del primo rapporto dell’Associazione italiana per la direzione del personale (Aidp)-Lablaw 2018 a cura di Doxa dal titolo “Robot, intelligenza artificiale e lavoro in Italia”.

Ne abbiamo parlato con Umberto Frigelli, coordinatore del Centro Ricerche di AIDP, docente di Psicologia del Lavoro all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e amministratore di Mading.

Professor Frigelli, quali sono i principali elementi che emergono dal rapporto?

«È la prima analisi fatta in Italia sul tema, con un vasto campione composto sostanzialmente da tre platee: imprese che hanno già introdotto robot e sistemi di intelligenza artificiale, imprese che non li hanno ancora introdotti e lavoratori. Il primo dato che salta agli occhi è che il 75% di manager e imprenditori di imprese già robotizzate sono soddisfatti e favorevoli a questi sistemi. Favorevole anche il 47% di manager e imprenditori di imprese non ancora robotizzate, che li introdurranno. Il 40% è ancora in fase di valutazione mentre il 12% si è detto contrario. Sono dati che ci portano a dire che l’atteggiamento complessivo verso la “nuova automazione” è positivo».

Perchè? Quali sono i motivi?

«Quelli indicati sono diversi: più efficienza e produttività, meno costi ed errori, più sicurezza sul lavoro, migliore qualità dei prodotti e dei servizi. Il 57% delle imprese ritiene che questi sistemi abbiano avuto un impatto positivo sul business».

E l’impatto sull’occupazione?

«Sul tema ci sono tanti studi e preoccupazioni legittime. Siamo di fronte ad un processo irreversibile: Ambrosetti House stima che nei prossimi 10-15 anni i robot e i sistemi di AI sostituiranno circa il 15% della forza lavoro. L’OCSE ritiene invece che in Italia sarà sostituito il 10% dei lavori svolti da risorse meno istruite. Un’altra ricerca Cap Gemini, intercettata dal nostro studio, così come altre ricerche McKinsey, stimano comunque che a fronte della scomparsa di lavori, ne saranno generati molti nuovi. Anche i dati del rapporto sono positivi. A fronte di sostituzioni, vi sono anche situazioni di creazione di occupazione, mentre l’opinione dei lavoratori è complessivamente favorevole e i sistemi favoriscono sicurezza e condizioni di lavoro migliori».

Come cambieranno le relazioni industriali nell’era dei robot?

«Intanto diciamo che nelle aziende robotizzate non ci sono criticità nelle relazioni sindacali. Il tema è l’ultima delle preoccupazioni dei lavoratori; al primo posto c’è la formazione professionale. Certo è che si sta configurando un mondo nuovo, robot e AI cambiano i modelli di produzione e i rapporti di lavoro, sempre più orientati allo smart working e sempre più individualizzati. In uno scenario del genere, anche il sindacato dovrà rivedere il proprio approccio alle relazioni industriali».

Aria di cambiamenti anche per chi si occupa di gestione del personale

«Abbiamo dedicato una survey specifica al tema dell’HR management. Il 50% delle direzioni del personale ha già introdotto sistemi di intelligenza artificiale, principalmente per la selezione del personale. Ma anche per la formazione sulla sicurezza sul lavoro, con sistemi di realtà virtuale: meno costi, più lavoratori coinvolti, più efficacia formativa. Nelle grandi imprese, l’intelligenza artificiale applicata all’HR è una realtà, con molti vantaggi in termini di qualità, produttività e analisi dei dati. Possiamo dire che nelle direzioni HR si concentrerà sempre più la parte strategica della gestione del personale (welfare, benessere, produttività). Le attività più di routine (buste paga, contributi, turni) saranno automatizzate».

In Italia a che punto siamo con i robot?

«L’Italia non va male: in Europa siamo al secondo posto dopo la Germania per acquisto di robot e sesti al mondo. Siamo tra i primi dieci al mondo per offerta di robot industriali. La robotizzazione interessa tutti i settori dell’economia, principalmente agricoltura, automotive, finanza e sanità. Più lenta l’introduzione dell’AI, ma si prevede una crescita del 60% nei prossimi 5 anni».

Lavoreremo meno, ci penseranno i robot a farlo al nostro posto?

«Stiamo ai numeri, senza azzardare previsioni troppo a lungo termine. I dati oggi dicono che nelle aziende robotizzate ci sono condizioni di lavoro migliori, più sicurezza e anche meno fatica. E i lavoratori sono maggiormente soddisfatti. Il vero problema sono le competenze che mancano, servirebbe un adeguamento complessivo del sistema formativo e universitario. Ci vorrebbe un forte impegno della politica ma, mia opinione personale, non vedo molta lungimiranza e attenzione al tema».

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