Smart working e smart learning, il futuro sarà blended

Una ricerca di Randstad riflette sui cambiamenti e le opportunità su cui l’emergenza sanitaria ha fatto luce.

smart working

È arrivato a cavallo dell’emergenza e da un giorno all’altro è diventato per oltre otto milioni di italiani l’unica modalità di lavoro possibile. Lo smart working si può svolgere da qualsiasi luogo ed è smart, ovvero intelligente, perché utilizza strumenti digitali e tecnologici che possono trasformare e ripensare il modo di lavorare. Da marzo è stato di fatto lavoro da casa e adesso è il momento di capire cosa ne resterà in futuro.

Randstad ha realizzato un rapporto – Lavoro e studio “intelligenti”: la trasformazione possibile. Smart working e smart learning dopo il Covid 19 – per studiare i nessi tra attività in presenza e a distanza e capire, ad esempio, quanti sono i soggetti che potrebbero svolgere le proprie attività da remoto e quanti sono già nelle condizioni di farlo, che siano lavoratori o studenti.

“Il potenziale di uno sviluppo esteso del lavoro […] è notevole e coinvolge oltre un terzo degli occupati: 6,4 milioni di lavoratori, cui si aggiungono 1,6 milioni che possono far smart working ibrido, abbinando lavoro in presenza e lavoro a distanza”, si legge nello studio, che riporta anche i dati della popolazione potenzialmente coinvolta in attività di formazione da remoto: 900.000 insegnanti, 9 milioni di alunni e studenti (dalla scuola dell’infanzia all’università) e non da ultimo, 34 milioni di attivi.

Benché questo sia il potenziale, secondo Randstad non più di tre milioni di persone si trovano nelle condizioni di farlo realmente, con disparità evidenti che il lockdown ha messo in luce molto bene. Proprio a partire da queste disparità, è necessario affrontare la sfida del futuro. Che, quasi certamente, sarà in modalità “blended”, ovvero integrata: un mix di attività da svolgere con supporti digitali e con flessibilità di orario e di luogo insieme ad altre da condividere in presenza.

Smart working esteso o blended

“Il potenziale dello sviluppo dello smart working e dello smart learning, sia per coloro che lo possono realizzare in forma estensiva, ma forse ancor più per coloro che lo possono realizzare in forma ibrida, è importantissimo”, si legge ancora nello studio Randstad. È evidente, inoltre, che le “frontiere di queste attività sono destinate ad espandersi grazie agli stessi sviluppi dell’intelligenza artificiale, ma anche e soprattutto grazie alle possibili trasformazioni nel modo di organizzare il lavoro, lo studio, l’aggiornamento professionale, la mobilità, gli ambienti in cui le diverse attività si svolgono, sia in presenza che a distanza”. Numerose istituzioni italiane e straniere stanno riflettendo su questi punti, nella consapevolezza che si debba pensare ad azioni coraggiose che colmino i divari e affrontino i problemi della bassa produttività, come a suo tempo hanno fatto paesi come Germania e Finlandia. Fondamentale nell’approcciarsi al futuro e alle soluzioni “ibride” che potranno emergere, è evitare semplificazioni manichee: “Lo smart working/l’istruzione a distanza è la soluzione, vs. lo smart working/l’istruzione a distanza è un disastro”.

Le stime di Randstad

Secondo le stime di Randstad sono circa 6,4 milioni le persone che potrebbero lavorare in smart working in modo continuativo, quasi interamente da remoto; 1,6 milioni gli occupati “ibridi”. Addetti agli affari generali, contabili e professioni assimilate, professori di scuola secondaria superiore, professori di scuola primaria e procuratori legali e avvocati sono le cinque aree professionali che la società di selezione e formazione ha evidenziato come quelle che potrebbero lavorare da remoto in modo estensivo; di fatto, invece, ciò che già accade è che sono le categorie lavorative che appartengono a livelli più alti a svolgere maggiormente lo smart working. L’Italia, comunque, si posiziona – sia alla vigilia del Covid che nel post – molto indietro rispetto ad altri paesi europei nell’attuazione del lavoro agile.

Tra le categorie di potenziali smart workers ibridi, troviamo invece agenti di commercio, tecnici delle costruzioni civili e professioni assimilate, specialisti nell’educazione e nella formazione di soggetti diversamente abili, tecnici esperti in applicazioni, tecnici della gestione finanziaria. E poi anche interpreti e traduttori, giornalisti, tecnici dell’organizzazione di fiere ed eventi culturali, agenti di commercio.

Il passaggio a un mondo in cui lo smart working è stabilmente diffuso comporta vantaggi e svantaggi, ma comunque è importante interrogarsi sugli aspetti essenziali delle attività che vengono svolte e sapere che l’attitudine manageriale fa la differenza. Difficile trovare la ricetta giusta ma, per la ricerca di Randstad, la forma ibrida, blended, si rivela quella migliore per un futuro “intelligente”, sotto vari punti di vista: dalla conciliazione dei tempi di lavoro con quelli familiari e sociali, all’impatto sugli agglomerati urbani che si avvantaggerebbero di una diminuzione della pressione del traffico e dell’inquinamento. Inoltre, varie survey svolte in questi mesi hanno dimostrato che “i dipendenti in smart working risultano più soddisfatti, più organizzati e rimangono più a lungo in azienda”.

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